La Pallacanestro è uno Sport sempre generoso e a volte un po’ crudele, dona sempre la possibilità di ricucire un divario con tenacia, un recupero, una ripartenza e una manciata di punti per volta, anche distanze che sembrano incolmabili, ma i risultati finiscono spesso per essere decisi da un solo tiro sull’ultima sirena. La vera vittoria però è sempre la consapevolezza di aver dato il massimo tutto il tempo senza essersi mai fatti scoraggiare dalle fasi più difficili, trovando così ancora più grinta per galvanizzarsi quando le circostanze sono più favorevoli. Ne è un ottimo esempio non una sola partita, ma l’intera carriera sportiva di Andrea Giaretti, che è appena arrivato a festeggiare i 14 anni di attività con una storica medaglia d’argento ai Mondiali di Basket in Carrozzina in Canada con la Nazionale.
Ne ha fatta di strada il classe 1993 dalla sua Genova e dalla BIC con cui ha cominciato, anche letteralmente, non solo per i tre Mondiali disputati con la canotta azzurra, ma per le scelte di vita che lo hanno portato a coltivare il suo talento lontano da casa così che potesse fiorire a sufficienza. Ora è arrivato il brillante secondo posto iridato, dopo che in semifinale è stato superato il Regno Unito, finalisti nella precedente edizione (2022) e campioni in quella ancora prima, 2018. In finale gli italiani hanno tenuto testa alla fortissima Australia, campioni nel 2010 e nel 2014, e per dare l’idea della loro impresa gli ultimi Europei a spingersi sino all’ultimo atto erano stati i Paesi Bassi nel 1998.

Se la sfera a spicchi concede le chance, bisogna saperle cogliere facendo perno sulla propria passione, ed è proprio tutto ciò che trasmette la storia di Andrea, un punto dopo l’altro, con simpatica grinta.
La medaglia d’argento ad Ottawa ai Mondiali è solo l’ultimissimo tratto di un percorso lungo, composto da passione, sacrifici, e tanta forza di volontà. Cominciamo dall’inizio. Come ti sei avvicinato al Basket in Carrozzina?
“Mi sono avvicinato al basket in carrozzina nel 2012 tramite la squadra di Genova. Sono stato contattato da uno di loro per provare appunto il basket, mi sono recato al palazzetto dove si allenavano e mi sono seduto per la prima volta. All’inizio non è stato semplice perché io con la mia disabilità faccio uso di protesi e cammino, quindi la carrozzina era uno strumento mai utilizzato, però è bastato davvero poco per dimenticarmi sia della carrozzina e sia della disabilità in generale, ho amato fin da subito questo sport e ne ho costruito poi la mia carriera e vita sportiva.”
Ci racconti i passaggi più significativi di questa carriera?
“In questi 14 anni ci sono stati momenti di gioia e momenti di difficoltà, però entrambi mi hanno fatto crescere e maturare come giocatore. Senza le difficoltà non arrivi a certi traguardi. Mi ricordo ancora il primo anno che mi sono trasferito a giocare nelle Marche nel Santo Stefano, eravamo una squadra di ragazzi giovani e inesperti, lanciati nel campionato di Serie A contro squadre e giocatori di un livello incredibile. Se non ricordo male quell’anno abbiamo vinto solamente due partite e tutte le altre perse malamente anche con scarti di 30-40 punti. Ovviamente c’era amarezza e dispiacere, ma non ci siamo mai fermati o smesso, abbiamo continuato a lavorare sodo negli anni, fino a quando quella stessa squadra di giovani nella stagione 2018/2019 ha vinto il primo storico scudetto. Successivamente sono stati vinti altri trofei molto importanti, fino a questa meravigliosa medaglia con la nazionale italiana.”
Quali sono le difficoltà più grandi che hai dovuto superare?
“Fortunatamente nella mia vita non ho dovuto superare difficoltà così grandi, ovviamente in passato ho avuto momenti bui dovuti alla disabilità, non mi accettavo e non vedevo futuro nella mia vita. Il Basket, la mia famiglia e tutte le persone che mi sono state accanto sono state fondamentali per non mollare e continuare il mio percorso. Ad oggi ringrazio di avere questa disabilità e questo “problema” perché forse senza tutto questo non sarei la persona che sono oggi.”
Ci racconti di questi ultimi Mondiali e di cosa hai provato in Finale?
“Non nego che ripensando ai Mondiali appena conclusi c’è ancora un pochino di rammarico per un sogno sfumato all’ultimo, nessuno gioca per perdere o per accontentarsi. Dall’altra parte però c’è l’orgoglio di aver scritto una pagina destinata a rimanere nella storia. Abbiamo fatto un percorso incredibile, crescendo partita dopo partita, sempre uniti anche nei momenti di difficoltà. In finale ho provato così tante emozioni da non ricordarmele nemmeno, sicuramente tanta gioia e voglia di dare il meglio per me, i miei compagni, la squadra e le tante persone che ci seguivano da casa.”


Quali sono per te i valori dello Sport?
“Per me i valori dello Sport sono la squadra, perché in ogni partita non si gioca in 5, si gioca in 12. Ogni giocatore è fondamentale, da chi gioca 40 minuti a chi ne gioca 1, se siamo arrivati lì il merito è di tutti, ognuno porta il proprio mattone e solamente insieme si può costruire qualcosa di grande. La resilienza e il rispetto sono due valori fondamentali, infine l’orgoglio, quello di indossare questa maglia, quello di sapere tutto il lavoro che c’è dietro, i sacrifici.”
Quanto spesso ti alleni?
“Io mi alleno tutti i giorni, mattina e pomeriggio tra sedute in palestra pesi e sul campo, più la partita del sabato. La domenica, quando non sono in trasferta, riposo!”
Ci racconti un segreto…rivelabile? Una pratica, un rito, un motto che ti ha aiutato a diventare un campione?
“Non ho un rito particolare o comunque che faccio sempre prima delle partite, è successo che prima di qualche finale o partita importante, mi caricava vedermi la scena del film “Ogni maledetta domenica” quando Al Pacino fa il discorso nello spogliatoio.”
Qual è il tuo rapporto con la Liguria? Cosa ti piace di più della regione?
“Genova è casa mia, penso che la Liguria sia una delle regioni più belle d’Italia. Mi piace il profumo del basilico, della focaccia appena sfornata, la focaccia al formaggio che non capisco ancora come non sia patrimonio dell’Unesco.”
C’è una figura, del mondo dello Sport o in generale, che è per te motivo di ispirazione?
“Se devo pensare ad una persona che per me è stato motivo di ispirazione ti direi Alex Zanardi, è riuscito a prendere quello che gli era successo e trasformarlo nella sua forza più grande.”
Un saluto a un campione e a un esempio da ricordare: Alex Zanardi
Che consigli daresti a chi dovesse avvicinarsi al Basket in Carrozzina per la prima volta?
“Il consiglio che darei è di venire in palestra e provare, senza farti troppe domande, è uno sport molto faticoso, ma allo stesso tempo molto divertente”
Si avvicina il 10 ottobre e il 6° Sportability Day, l’evento che Stelle nello Sport organizza dedica ai disabili, in particolare i più giovani, per renderli consapevoli di tutte le possibilità loro offerte dalle varie società. Con questo spirito, c’è un messaggio che vorresti lanciare a tutti, bambini, ragazzi, genitori, e istituzioni, per far capire quanto è importante lo Sport per la crescita di tutti, e per l’inclusività?
“Lo sport mi ha portato da Genova a una finale mondiale contro l’Australia, davanti a migliaia di persone, quello che dico ai genitori è di non aver paura, lo Sport per un ragazzino è lo spazio più sicuro dove può crescere, sbagliare, cadere e rialzarsi. Lo Sport è disciplina, creare amicizie nuove e imparare il rispetto verso l’avversario. Al ragazzino dico di venire e provare, all’inizio sarà difficile e penserai di non farcela, datti tempo, i risultati arrivano con determinazione e costanza.”
Quali sono i tuoi piani per il futuro?
“I miei piani per il futuro in questo preciso momento sono ritrovare le forze e riposarmi. A parte gli scherzi, sicuramente ci sarà la stagione con la squadra del club e con la nazionale…ovviamente lo sguardo è rivolto verso Los Angeles, le Paralimpiadi. Un passo alla volta, adesso pensiamo al campionato.”
Federico Burlando














