Dalle arti marziali alla subacquea, Maurizio Lo Bartolo: “Lo sport è un diritto e una medicina”

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“Sono nato, sono morto e sono rinato. Lo dico sempre. Ho cominciato a conoscere il mondo, poi la penombra mi ha costretto a ripartire e conoscerlo di nuovo”. Una retinite pigmentosa dalla nascita e una cataratta giovanile non ha interrotto lo straordinario percorso sportivo di Maurizio Lo Bartolo, atleta paralimpico di arti marziali ma non solo. Impegnato con il ju jitsu fin da bambino, non si è lasciato intimorire dalla malattia, tanto da iniziare un percorso che lo ha portato a provare tantissime discipline. Un esempio di tenacia e un “fiume” di messaggi importantissimi per tutto il mondo dello sport. Ai microfoni di SportAbility, Maurizio ha raccontato la sua storia e le sue emozioni.

Il rapporto con lo sport e con il ju jitsu nasce all’età di nove anni e, poi, si trasforma:

“Io ho cominciato le attività sportive a nove anni, praticando il ju jitsu tradizionale. L’ho fatto fino ai quindici-sedici anni. Crescendo sono stato un po’ altalenante. A quell’età, comunque, vedevo ancora bene. Sono nato con una retinite pigmentosa, una malattia degenerativa che può portare alla cecità. Verso i trent’anni mi è subentrata una cataratta giovanile e da lì, dopo l’intervento, la mia vita si è stravolta. Ho iniziato a perdere la vista, non ho più potuto rinnovare la patente, una cosa a cui tenevo tantissimo data la passione per i motori. Da quel momento sono diventato un ipovedente lieve, al buio facevo molta fatica. Dopo poco tempo sono diventato un ipovedente grave e da lì la mia vita è cambiata ancora di più, su tutti i livelli, fisici e quotidiani. Mi sono spaventato perché non conoscevo questo mondo. Proprio in un momento così complesso mi sono riavvicinato alle arti marziali, iniziando a praticare la difesa personale ad occhi bendati. Grazie ad un amico che mi ha supportato tantissimo in questo percorso abbiamo cominciato a lavorare sulla fiducia in me stesso. Mi sono riavvicinato al ju jitsu, ho incontrato il mio vecchio maestro e ho dato il via al mio percorso nello sport paralimpico. Sono stato molto vicino al CIP Liguria, che mi ha aperto un mondo immenso. Abbiamo iniziato a lanciare messaggi sullo sport senza barriere e come un diritto di tutti. Lo sport è un diritto di tutti, persone normodotate e con disabilità. Ci sono state tante adesioni, con ragazzi e genitori tanto contenti. Dare un sorriso anche al genitore è molto bello. In Liguria possiamo ancora migliorare, ci sono tante realtà e tanti messaggi nelle scuole ma possiamo migliorare. Tornando a me, la mia vita è cambiata tanto, ho dovuto ricominciare a camminare. Sono nato, sono morto e sono rinato. Lo dico sempre. Ho cominciato a conoscere il mondo, poi la penombra mi ha costretto a ripartire e conoscerlo di nuovo. Mi sono impegnato, ho studiato cinque anni in una scuola di arti marziali a Roma con il maestro Maurizio Germano, anche lì ho imparato tante cose e ho fatto alcuni esami. Ho passato sia gli esami teorici che quelli pratici, diventando allenatore 1° DAN. Sono il primo atleta non vedente in Liguria ad essere allenatore 1° DAN. Ho un po’ di bagagliaio, trent’anni di attività sportiva mi hanno permesso di imparare tanto ma ho ancora tanto da imparare, da scoprire e, soprattutto, da conoscere”.

Il carattere combattivo porta Maurizio ad avvicinarsi a nuove discipline:

“Nel corso degli anni ho praticato diverse attività sportive, mantenendo sempre le arti marziali come sport principale. Ho praticato il nuoto pinnato, ho fatto tante discipline. Poi, dopo tanti anni di ju jitsu tradizionale, mi sono affacciato al Brazilian Jiu Jitsu, dove ho trovato una grande famiglia oltre che una grande squadra sportiva. Mi hanno sostenuto, supportato e aiutato anche nel saper muovermi. Mi hanno insegnato a saper lottare con i miei avversari e a non perdere mai la pazienza, di continuare e ad andare avanti. A questo sport ho associato anche il canottaggio indoor. Quella è un’altra bellissima esperienza. Da sopra un remoergometro gareggi con te stesso, gareggi con il tempo. È sempre un modo come un altro per non fermarsi mai, per mettersi sempre in gioco, cavalcando oltre gli ostacoli. Ti aiuta ad andare sempre più avanti e sempre più in alto. Mi alleno con la Società Sportiva Murcarolo, la stessa del grande campione Gian Filippo Mirabile”.

Il valore dello sport è assoluto e fondamentale, sia sul piano psicologico che su quello fisico:

“Lo sport è la nostra medicina, aiuta a livello psicologico e fisico, è un’occasione per stare a contatto con gli altri, socializzare, conoscere gente nuova e attività nuove. Conoscere proprio il mondo dello sport a 360 gradi. Oggi devo dire grazie al mio maestro Marco Penco, maestro e professore del Brazilian Jiu Jitsu, e alla palestra di Genova Nervi. Mi hanno fatto capire tantissime cose, mi hanno fatto capire i valori dello sport. Non bisogna arrendersi mai perché la vita è sempre una lotta e in questo sport noi lottiamo sulla nostra materassina, sul nostro tatami. La cosa bella è che quando vado a lottare con le persone normodotate sento qualcosa che va oltre, molto oltre. Lì ti rendi conto che il tuo partner di lotta si mette al tuo confronto. A volte senti che gli altri chiudono gli occhi per capire come noi riusciamo a vedere a occhi chiusi. Non servono gli occhi aperti per vedere il mondo a a pieno. A volte basta ascoltare il respiro di chi ci circonda per capire che la vita vale la pena di viverla, sia vedendo che non vedendo”.

Dopo le arti marziali, la subacquea occupa un posto privilegiato per Maurizio:

“Le arti marziali sono uno sport nel quale sono nato. L’ho fatto da vedente e lo sto facendo adesso. È difficile spiegare. Io faccio anche subacquea da dieci anni. A volte mi dicono ma cosa vai a fare subacquea che non vedi nulla, non ti godi manco l’immersione. Io con un sorriso rispondo che non è guardare sott’acqua che conta per me. Senti il respiro, senti l’acqua che ti culla. Quando vado sott’acqua a qualsiasi profondità sono sempre accompagnato, e chi viene con me mi fa percepire i pesci, in qualche maniera riesce a farmeli vedere. La maschera, poi, sottacqua mi ingrandisce parecchio. A volte mi sembra di avere un pesce vicino ma questo è lontanissimo. Per me è un’emozione forte. Quest’anno ho provato con Apnea Center a Genova, loro mi hanno proposto di prendere il brevetto di apnea. Mi hanno detto che davo una possibilità anche a loro, e per me questo è stato gratificante e bellissimo. Ho incontrato un grande staff, compreso l’istruttore di pesca subacquea Massimo Ardizzone. Mi hanno detto che avrei potuto insegnare loro ad andare in apnea con un non vedente e che io avrei imparato tanto di questa disciplina. Mi sembrava strano essere stato chiamato per dare un messaggio che coinvolgeva tutte le persone con disabilità visiva in uno sport come l’apnea. È stata una cosa bellissima, straordinaria sia per me che per loro. Io avevo paura anche solo di mettere la testa sottacqua, oggi sono già arrivato a 9 metri di profondità e, per me, è tantissimo. Così provo delle emozioni. È stata una conoscenza per entrambi i lati”.

Lo spirito avventuriero ha guidato Maurizio Lo Bartolo anche in esperienze piene di adrenalina come il paracadute e l’arrampicata:

“Il paracadute è stato bellissimo. Io ero con un istruttore ovviamente ma quando voli a una quota di 4000 metri, ti senti proprio libero, libero di goderti quel cielo e quella immensa superficie libera. Bisogna provare per capire di cosa si tratta. Sempre in un clima giocoso, sono andato anche in un parco avventura e lì, con alcuni istruttori, ho provato. Mi sono buttato, volevo provare e mi son detto che più di cadere non avrei mai fatto, tanto ero protetto dall’imbragature. La persona che era con me mi ha dato fiducia e io ne ho riposta tanta in lui, dunque siamo riusciti a fare questa bellissima esperienza di arrampicata. Non mi nascondo, ci sono stati alcuni problemini ma siamo riusciti ad arrivare alla fine con molta tranquillità”.

Trovare il momento sportivo più bello ed emozionante non è facile:

“I momenti più belli sono stati sostanzialmente tutti. Ogni singolo sport mi ha dato qualcosa, mi ha regalato emozioni. Lo sport mi regala ebrezza e adrenalina. Se devo dire il mio sport preferito, non il momento, oltre alle arti marziali direi la subacquea, l’apnea. Lì mi sono messo in gioco a 360 gradi. Soprattutto nella subacquea, dove, a volte, do un segnale al mio compagno per farmi lasciare libero nel mare. Voglio capire dove posso arrivare con le mie potenzialità. Lì è stato bello. Molto bello anche quando sono riuscito a fare i miei nove metri di apnea. Per chi è bravissimo nove metri è poco, per me, invece, è stato bellissimo, un’emozione molto forte”.

Se si guarda al futuro, il sogno nel cassetto è uno:

“Avessi una bacchetta magica vorrei poter aprire un centro sportivo immenso che possa accogliere tante discipline ma soprattutto tutte le persone con disabilità. Un bel centro senza barriere, dove poter regalare a ogni persona un sorriso, un’emozione. Mi piacerebbe dare un grande sorriso e una grande gioia anche ai genitori di persone con disabilità. Ripeto, come ho detto in tante occasioni, lo sport è un diritto di tutti e il mio sogno sarebbe realizzare questo concetto. Penso sia, però, per me impossibile. Un domani spero che qualcuno possa farcela. Un centro immenso per tutti. Sarebbe bellissimo”.

Maurizio ha voluto sottolineare l’importanza delle persone che lo hanno accompagnato nel suo percorso sportivo e di vita:

“Nel mio percorso della vita, quando ho perso la vista, ho avuto il supporto della mia famiglia a cui va il mio grazie più grande. Un pensiero e un grazie speciali devo riservarli a un grande uomo, mio papà che ora non c’è più. Devo menzionare, infine, la forza trasmessa dalle mie nipoti, con il loro sorriso e con il loro abbraccio mi hanno dato energia”.

Infine, un messaggio per tutti, persone con disabilità e normodotati:

“Voglio dire a tutti di non mollare mai, dentro abbiamo delle potenzialità che a volte non conosciamo. Cerchiamo tutti di tirarle fuori, di farci conoscere. È giusto far capire a tutti che non siamo alieni, abbiamo solo voglia di vivere la nostra vita, la nostra quotidianità a pieno come i normodotati”.

Simone Fargnoli