Andrea Cadili Rispi: “Non salderò mai il mio debito con lo sport”

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Andrea Cadili Rispi è un atleta paralimpico che ha ottenuto grandi risultati e tantissime soddisfazioni nel nuoto e, più in generale, nello sport.

Affetto da una rara malattia generica, “osteopseudoglioma”, che porta ad una pesante fragilità ossea, e alla graduale perdita della vista fino alla cecità totale, non ha mai mollato. Negli ultimi 20 anni, dal 2001 in avanti, ha costruito un percorso sportivo eccezionale.

La malattia non ha fermato la determinazione di Andrea, per migliorare fisicamente, e non solo, decisivo lo sport:

“Io ho 40 anni, sono afflitto da una malattia genetica molto rara, l’osteopseuglioma, che causa una fragilità ossea e la perdita della vista. Dopo i primi dieci anni vissuti più o meno tranquillamente, con l’età dello sviluppo, le ossa sono diventate più fragili. Ho iniziato ad avere una serie di fratture, soprattutto agli arti inferiori, poi la perdita della vista, raggiunti i 15, 16 anni. Mi sono ritrovato su una carrozzina e gradualmente ho perso quel poco di vista che mi era rimasta. Nel 1996, all’epoca delle prime difficoltà insomma, non c’erano tutti gli strumenti che ci sono adesso, sia a livello di fisioterapia, sia di sport paralimpico. Sono stati anni dove si provava a rimettersi in piedi. Era una situazione complessa da gestire, nonostante fossi affiancato costantemente dalla mia famiglia. Un pomeriggio dell’estate del 2000, una mia amica mi disse che conosceva una realtà a Pontedecimo, la Fratellanza, che stava provando a mettere insieme una squadra per disabili fisici, intellettivi e relazionali. Allora abbiamo preso contatti con questa società e, quasi allo stesso tempo, in Regione si è sbloccato qualcosa anche per la fisioterapia. Dunque nel 2001 ho iniziato ad andare in piscina per fare principalmente fisioterapia. Infatti siamo passati dalla carrozzina a due stampelle, poi una sola, fino ad arrivare al bastone per non vedenti, che uso anche ora”.

L’affiliazione con la Federazione e i primi successi:

“A me è sempre piaciuto nuotare, fare sport. A bordo vasca hanno visto che mi piaceva, che mi impegnavo molto. Avevo voglia di alzare l’asticella. Hanno notato questo e mi hanno proposto di entrare a far parte della squadra. Abbiamo iniziato da lì tutto l’iter per l’affiliazione alla Federazione Italiana Nuoto Paralimpico. Nel 2001 sono sceso in acqua con loro per la prima volta e nel 2005 ho fatto la mia prima gara di qualificazione al campionato italiano, superata, e poi a Napoli ho vinto i 200 Stile nella classe S11 e sono arrivato terzo nei 50 e nei 100, sempre Classe S11”.

I regolamenti non prevedono una categoria per la doppia disabilità ma le difficoltà non bastano a bloccare Andrea, che arriva a grandi risultati:

“Per la Federazione una doppia disabilità non fa cumulo. Io ne ho due ma o gareggio con disabili fisici, e in più ho l’handicap della vista, o gareggio con i non vedenti, e in più ho l’handicap fisico. Per il movimento dell’epoca, fino al 2015, ero molto competitivo in Italia. Ho vinto 12 campionati italiani, 10 nei 400 Stile, uno nei 200, uno dei 50. Poi ho avuto diversi piazzamenti importanti. In Europa, però, non ero competitivo”.

La crescita umana e il percorso delle traversate, iniziato a costruire dal 2010:

“Nel frattempo ho iniziato a lavorare come telefonista in provincia, sono cresciuto come uomo e sono andato a vivere da solo, continuando a portare avanti il mio progetto di sport. Nel 2010, vista la difficoltà a competere a livello europeo a causa della doppia categoria, con il mio allenatore, quasi per scherzo, ci siamo detti perché non proviamo a fare lo Stretto di Messina a nuoto? Da lì è nata tutta quella parte dedicata alle traversate in mare aperto, andata avanti fino al 2018. Siamo partiti dallo Stretto di Messina, poi il Bosforo, la Malta-Gozo e, infine, la Travesia Mar de Las Calmas, con mia moglie, perché nel frattempo mi sono anche sposato. Quest’ultima è lunga 18,5 km. Ci abbiamo messo 7 ore a finirla e, se devo essere sincero, non la rifarei mai più. Dopo questa avventura, visto che nel lockdown hanno chiuso le piscine, io, per motivi miei personali, mi sono rifiutato, come agonista, di scendere in acqua”.

La prima grande tappa per il futuro è il cammino di Santiago, con la moglie Agnese:

“Ora io e mia moglie abbiamo deciso di tirare fuori dal cassetto un vecchio sogno. Vogliamo fare il cammino di Santiago di Compostela in bicicletta ad agosto. Abbiamo comprato una bicicletta particolare, che si chiama Hug Bike, una sorta di tandem invertito. Io sto davanti e lei che guida sta dietro”.

Lo sport è stata ed è un’esperienza completa per Andrea, agonismo e divertimento:

“Ora faccio un po’ di piscina e un po’ di bicicletta. Per me lo sport, dopo tanti anni di agonismo, è diventato puro divertimento, senza pressioni. Il mio percorso sportivo è passato dal togliermi dalla sedia a rotelle, e questo è un debito che non salderò mai con il mondo dello sport, al diventare agonista da 6 o 7 allenamenti alla settimana, scendendo in vasca con le costole rotte o con la mano fratturata, fino a raggiungere ora una vita con altre priorità, lavoro e famiglia. Ma in questa vita vivo sempre molto lo sport, anche se in maniera più ludica, insieme ad Agnese, mia moglie, una ragazza che ho conosciuto ad un corso di nuoto e condivide con me queste passioni. Posso dire di aver fatto tutte le fasi dello sport”.

Una carriera importante, condita da tante gioie, ma due sono state le emozioni più importanti:

“Le emozioni più belle per me sono due. La prima è il campionato del 2005 a Napoli. In quella gara eravamo in 8, abbiamo fatto anche delle batterie per arrivare alla finale. Io avevo il terzo tempo, eravamo in sei chiusi in 20 centesimi. I primi due erano molto staccati e si giocavano oro e argento. Nei 50 Stile, però, può succedere di tutto. Dunque io ero partito per difendere il terzo posto e mi ricordo che quando arrivai la mia allenatrice dell’epoca mi disse che ero quarto. Ero un po’ deluso dalla prestazione. Quella gara era una delle prime che davano su Rai Sport Satellite e quando raggiunsi le tribune per scrivere a casa, vidi tutti i messaggi delle persone che sapevano che, in realtà, ero arrivato terzo. Loro avevano i risultati e noi ancora no. È stata una soddisfazione incredibile, doppia perché gareggiavo con agonisti più grandi di me, molto alti. L’altra grande emozione è l’aver concluso la traversia in Spagna nel 2018, dopo non esserci riuscito, per varie vicissitudini, nel 2015. Arrivare su quella spiaggia è stato incredibile. Non so se un’Olimpiade mi avrebbe dato la stessa soddisfazione di toccare quella spiaggia. La prima cosa che mi venne in mente, guardando mia moglie, all’arrivo fu: cosa abbiamo fatto? Una cosa folle e irripetibile. Sportivamente parlando è stato incredibile. Ho l’adrenalina ancora adesso. Ogni volta che vedo le immagini o leggo della ricorrenza provo qualcosa di particolare, meglio di un’Olimpiade insomma”.

Il sogno per la crescita dello sport paralimpico:

“Io vorrei che i ragazzi con disabilità possano scegliere, come i normodotati, lo sport che a loro fa più piacere. Difficile che si faccia un solo sport dall’infanzia, quindi la scelta arriva dopo. Sarebbe un sogno, realizzabile con l’aiuto delle istituzioni, poter dare la possibilità ai ragazzi di non doversi accontentare. Serve anche fortuna, ovvio. Servono sacrifici e voglia di allenarsi. Bisogna allenarsi come i normodotati, il livello dello sport agonistico è oggi altissimo. Serve essere curiosi e tenaci e, soprattutto, continuare a divertirsi anche nel momento dell’allenamento. A me piaceva allenarmi e vedere i miglioramenti durante la settimana. Ora ci sono tecnici più competenti di quando ho iniziato io e bisogna fidarsi di loro. Bisogna prendere seriamente l’impegno nel rispetto delle regole dello sport. Io ho costruito tanto fuori dalla vasca perché ho applicato le regole date dallo sport. Allenarsi, impegnarsi, vincere, perdere. Accettare tutto, imparare dalle sconfitte. Una mia cara amica, psicologa, mi ha detto un giorno: ricordati che nello sport quando vinci festeggi, quando perdi impari. Dovrebbe essere così anche nella vita”.

L’appoggio delle persone è stato fondamentale per Andra, che non rinuncia a lanciare un messaggio ai più giovani:

“Senza coloro che mi seguono, in principio la mia famiglia, e ora anche tutti i miei amici e mia moglie, non sarei arrivato dove sono arrivato. Ci sono anche persone che abbiamo perso per strada dopo i primi fallimenti, perché non erano situazioni facili. Poi ci sono tante persone che hanno creduto in me, mi sono rimaste vicine nei momenti difficili. Io dico sempre che senza l’aiuto di qualcuno non ce l’avrei fatta. I nuovi ragazzi devono guardarsi attorno ed essere improntati all’aiuto. Non solo nello sport, o nella disabilità. In un contesto di vita è bello essere aiutati ed aiutare”.

Simone Fargnoli